il blog di luigi sarto

Gli incontri più importanti sono già combinati dalle anime prim'ancora che i corpi si vedano. Generalmente, essi avvengono quando arriviamo a un limite, quando abbiamo bisogno di morire e rinascere emotivamente.

Gli incontri ci aspettano, ma la maggior parte delle volte evitiamo che si verifichino. Se siamo disperati, invece, se non abbiamo più nulla da perdere oppure siamo entusiasti della vita, allora l'ignoto si manifesta e il nostro universo cambia rotta. (Paulo Coelho da "11 Minuti")

martedì 26 gennaio 2016

Adesso

Inutile rincorrerti ancora
siamo lontani anni luce ormai
come prima che io ti conoscessi
vorrei solo tornare indietro ora
a prima che tu nascessi
prepararmi meglio al nostro incontro
programmare per bene ogni mio sbaglio

Siamo due stupidi pianeti che si inseguono
ma apparteniamo a correnti diverse
siamo figli di costellazioni perse
fragili come persone biodegradabili
che dopo il temporale non sono più le stesse

ma se ti allontani mi uccidi di nuovo
ora che stavo rimettendo insieme i pezzi
del me stesso di prima
del me stesso che c'era
e ora se lo cerco non c'è più
l'hai portato via tu
insieme alle tue cose
raccattate in fretta
come chi va via d'istinto
e non saluta e non aspetta

Inutile rincorrerti ancora


siamo lontani anni luce ormai
ma la luce che portavi si è spenta
mentre un fantasma si spaventa
sei nell'etere come le cose non dette
ho perso la dignità tra le tue tette
e la strada che riporta a casa
sono un cane senza padrone
e tu un torace senza più un cuore

ma se ti allontani mi uccidi di nuovo
ora che stavo rimettendo insieme i pezzi
del me stesso di prima
del me stesso che c'era
e ora se lo cerco non c'è più
l'hai portato via tu
insieme alle tue cose
raccattate in fretta
come chi va via d'istinto
e non saluta e non aspetta

venerdì 22 gennaio 2016

La lista dei 101 desideri

"Il tuo problema è principalmente che tu, i problemi, te li crei".
Questa è stata la frase che ha fratto franare sotto i miei piedi tutto. Tutta la mia malinconia che mi stava davanti agli occhi, d'un tratto, l'ho vista scivolare giù. E' arrivata improvvisa la luce di questo freddo gennaio. Una luce che abbaglia. Un invito a guardare dentro. A lasciar uscire la luce.

Mi sono perso da qualche parte. E fino a qui niente di nuovo. Mi è capitato di perdermi nella mia vita un gran numero di volte. Solo che questa volta non so come ritornare a casa, né se voglio. Se voglio ritornare. Se voglio che questa depressione smetta di avvinghiare come fango ogni cosa bella o speranza nel futuro. O se voglio permanervi, fino a quando forse mi sarà impossibile uscirne. E allora potrò finalmente dire che non posso essere felice, che non me lo merito, che non è più ora.

Però la lista dei 101 desideri mi aiuta a venirne fuori. A ripensare alle volte, le molte volte, in cui la vita poi c'è stata davvero. Non solo a parole. Ritrovarla, da qualche parte, magari dentro di me.

Io voglio che tutto ora vada come deve andare, quel progetto di bellissima felicità infinita e forse intangibile, di quella che commuove, che tutto trova un senso, che tutto volge al meglio. Che guardi finalmente di nuovo il cielo e respiri a pieno cuore. Della vita che ritorna. Delle cose che restano. Di chi va via perché non c'è mai stato, e allora cosa importa? Del perdono che è già arrivato, ha già perdonato. Del tutto ciò che ho donato l'avrò per sempre. Del dolore che rimane, ma è un rumore di fondo. E non fa più male. O quasi. Dell'amore che ama, che non non si preoccupa se è riamato. Comunque amare.

Io aspetto qui. Sulla riva. Il mare che va e viene. La vita che ritorna.
Come un amico che da lontano lo vedi arrivare e con la mano alzata ti saluta.

La vita che viene.
Il cuore che batte.
Il vuoto che sparisce.

Battito a battito. Le ombre se ne andranno. E io qui, attendo...

lunedì 18 gennaio 2016

L’improvvisa scoperta del cantautore Mimmo Locasciulli mi aveva salvato la vita.

preparandomi al concerto di Mimmo Locasciulli al Folk club di Torino di sabato 23 gennaio 2016...


L’improvvisa scoperta del cantautore Mimmo Locasciulli mi aveva salvato la vita.


L’improvvisa scoperta del cantautore Mimmo Locasciulli mi aveva salvato la vita. Mi aveva decisamente aiutato a farmi sentire meno sbagliato, meno sbagliato nelle mie scelte, nel mio modo di fare o di amare.
Mi aveva passato per caso i suoi cd Idra e Sglobal il mio amico Sergio quando gli avevo parlato di Mariangela e gli avevo detto che forse avevo esagerato, forse avevo aperto troppo il cuore e se ne era uscito di colpo tutto l’amore che era lì rimasto in sospeso per troppo tempo, a invadere quella ragazza così timorosa e così bisognosa d’amore allo stesso tempo. E forse anche io ero bisognoso di amare e avevo allo stesso tempo un forte bisogno di essere amato. Il fatto è sempre stato questo, che quando mi metto ad amare una cosa o una persona non la smetto più, non so regolarmi. Amo in eccesso.
-          Ascoltalo. Lasciati consolare dalla sua voce. Ascoltalo col cuore, vedrai che andrà a posto. Tu non hai sbagliato nulla. Come può essere che uno ama e fa male ad amare. Vabbè. Magari uno come nel tuo caso ama troppo, senza misura. Magari l’altra ha paura, magari Mariangela ha già preso fregature… e allora se tue le dici sei speciale o sei una meraviglia lei non pensa cosa ha visto di meraviglioso in me ma dov’è la fregatura… Ma al di là di questo non credo che tu abbia sbagliato. Vedrai, se lei ha visto del buono in te, se ha visto la sincerità di sentimenti allora tornerà, ne sono certo. Magari non resterà. Ma torna. Ne sono sicuro…
Me ne stavo lì ad ascoltare Mimmo Locasciulli, ad immalinconirmi fino all’ultima goccia, fino a prosciugare il cuore da quel sentire così forte la mancanza di ciò che più desideravo: un abbraccio, la bocca di Mariangela, il suo calore, il suo profumo. Sentivo dentro un forte desiderio e un forte slancio a donarmi, a farmi avanti, a spallate se fosse servito, tra la freddezza e la chiusura che tanto era diffusa intorno a me, anche tra chi diceva di amare. Per anni avevo messo un lucchetto al cuore e messo sotto chiave sentimenti ed emozioni, con il solo risultato di morire dentro piano piano, a poco a poco e giorno dopo giorno. Nel goffo tentativo di proteggermi, di proteggermi dal troppo sentire e dal troppo soffrire avevo solo ottenuto il risultato di allontanarmi così tanto da me stesso da non riconoscermi più, da non riuscire più a provare emozioni, nemmeno quelle più semplice, di non riuscire più a riconoscerle, a capire quando ero felice o quando ero triste. O forse la tristezza continuavo a conoscerla bene, a riconoscerla tra le altre emozioni. Perché quella rimaneva sempre appiccicata addosso. Ma con il passare del tempo e la chiusura del cuore anche la tristezza si era fatta meno chiara, era diventata un’emozione vischiosa che si appiccicava un po’ a tutto, tutto quello che sentivo, che vivevo, che speravo.
La scoperta di quel cantautore però mi stava facendo bene, ascoltare la sua voce dolce e malinconica come quella di un familiare, le sue parole struggenti e sincere come la verità, mi faceva sentire meno sbagliato. Mi faceva capire che non c’era nulla di sbagliato in ciò che provavo, in ciò che sentivo. Nel mio modo di esprimere il mio amore. In quel dono eccessivo che facevo di me, senza riserve. Quel mettermi sempre così tanto in gioco, di mettere così fortemente a repentaglio il mio cuore, correndo il rischio di non riaverlo indietro alla fine della battaglia, alla fine dell’amore. O di dover passare lunghe notti insonni perso in sentieri di pensieri e ripensamenti e rancori nel tentativo di andare a riprenderlo. E quandanche ci fossi riuscito bisognava poi ripulirlo dal dolore, lasciarlo asciugare al sole, ricucire le ferite e rimetterlo al suo posto. E piano piano aspettare che ricominciasse a battere, un giorno o l’altro. Aspettare con la paura che non potesse più accadere il momento in cui di nuovo un flebile suono mi avrebbe fatto capire che non tutto era perduto, che ero ancora vivo. Ancora in grado di innamorarmi. E ancora una volta avrei fatto tutto come prima, gettato il cuore oltre la paura mentre ripromettevo a me stesso che mai più l’avrai fatto, che stavolta lo avrei custodito a costo della vita stessa, a costo di rinunciare all’amore e alle emozioni. Ma l’unico modo che conoscevo di custodire il mio cuore era quello di donarlo, continuamente. Totalmente e senza riserve.
I giudizi degli altri, soprattutto di chi mi voleva bene però, ogni volta mi facevano sentire terribilmente sbagliato. Per loro sbagliavo nella modalità, nella tempistica. E ogni volta logicamente sbagliavo la persona da amare, non era mai giusta. Era sempre una persona con problemi, una persona irrisolta e che loro ci avrebbero giurato avrebbe finito per farmi soffrire e poi allontanarsi da me.
Ma la sofferenza di non poter essere così com’ero, di poter esprimere le mie emozioni per come le sentivo. Tre anni di psicoterapia. E ora le canzoni di Mimmo Locasciulli. Finalmente avevano sciolto in me quella sensazione di essere così terribilmente inadeguato, quella specie di consapevolezza distorta di dovermi per forza equiparare verso il non sentire degli altri, o verso il loro sentire così a piccole dosi, quel sentire così misurato, così tiepido. Quell’amore mediocre che non sembrava nemmeno amore, ma bisogno di compagnia per la propria solitudine. Quel dono di se che facevano che somigliava a una specie di elemosina, a dare in cambio di ascolto o di sesso ciò che di loro stessi non sapevano che farsene.

Venivo invece da una famiglia, da genitori e da nonni prima di loro, dove si era amato senza riserva. Dove ci si era feriti, ci si era scontrati con la morte e con la vita, dove era stata scontro e battaglia per ciò che di più sincero e vero c’era, che scorreva nelle vene. Era l’amore del sangue, era il dono di sé senza riserve. Lo avevano fatto i nonni per i figli e i miei genitori per me e mia sorella. Non c’erano state mezze misure. E se anche la vita con i miei nonni non era stata tenere e anche i miei genitori avevano lottato per capirsi, per farsi strada, per allargare in qualche modo l’ingresso nella vita vera a me e mia sorella, anche se nulla era mai stato loro regalato, l’amore era sempre stato una questione vitale e totale. Tutto o niente. E niente voleva dire non esserci già più. Essere morti, o altrove. Quindi finché si era, si era tutto. Pertanto cominciavo a capire che in realtà non era tanto il problema di ciò che facevo… ma la questione era più complessa, più interiore, più viscerale. La questione era ciò che ero. O come ero…

domenica 17 gennaio 2016

"Il dolore e la felicità sono fatti soprattutto di cianfrusaglie, paccottiglia, ingombri da soffitta di cui non riusciamo a disfarci anche quando abbiamo smesso definitivamente di usarli ed escludiamo che ci possano tornare utili. Non siamo responsabili dei nostri sentimenti né del flusso che li causa o li alimenta e tutto sommato neanche delle nostre azioni, anche se poi dobbiamo risponderne (e farlo anche se nessuno ce lo chiede), com'è giusto che sia. Agiamo quasi sempre d'impulso e molto meno sulla base di un calcolo. Chi pianifica e si muove solo al termine di un'attenta valutazione dei pro e dei contro, chi realizza soltanto quello che progetta, di fatto si perde la parte più interessante, e lo sa. Anche nello scegliere responsabilmente c'è una quota d'irresponsabilità, la messa in conto di una perdita. Forse si agisce sempre a costo di qualcosa". Diego De Silva, Mancarsi

Chiudo il cuore

Chiudo il cuore
non entri più
non bussare non buttare giù le porte
ti feriresti le mani mentiresti ai  tuoi occhi, ora
che non accettano il vedermi andare via
il dire ci sia sbagliati
e così sia
chiudo il cuore
niente di personale
lasciami andare
troveremo qualcun altro
qualcun'altra
che si prenderà cura di noi
vedrai sarà magnifico
non guardare ancora una volta
che ore sono
lascia andare il tempo
ora non ci serve più
non ci serve la distanza
a capire che eravamo
fatti l’uno per l’altra
se solo uno fosse andato
incontro all’altra
senza troppo passato
senza troppo pensare
ma ora chiudo il cuore,
esci fuori, per favore
non rimanere bloccata là
laddove ora ho bisogno di fare vuoto
di perdermi da solo
di piangere per confondere la pioggia
che mi uccide e mi fortifica
come i tuoi baci che

sanno di veleno e gioia salvifica

mercoledì 13 gennaio 2016

Mancarsi

E' piuttosto volgare, il buonsenso. Abbassa il livello delle aspirazioni, valuta le possibilità di successo e soprattutto quelle di fallimento, calcola. Il coraggio, la sincerità e l'istinto non hanno nessuna possibilità di resistergli, se gli dai il tempo di organizzarsi e preparare la controffensiva. L'impulso che ci spinge a cambiare, il vento che rovina, non ha quegli argomenti, anzi spessi non ne ha affatto. Non si lascia corrompere da ragioni di convenienza e non pretende di aver ragione. Propone scelte estreme e irresponsabili e non promette risultati. Possiamo assecondarlo o sopprimerlo, prenderlo o lasciarlo, di re sì o no.
E' questo il bello.

(da Mancarsi, Diego De Silva)

martedì 12 gennaio 2016

La cosa più difficile da gestire è stata sempre la mia sensibilità eccessiva.

La cosa più difficile da gestire è stata sempre la mia sensibilità eccessiva.


La cosa più difficile da gestire è stata sempre la mia sensibilità eccessiva. Anche se il sentire troppo si sarebbe rilevato in qualche modo la mia carta vincente, la mia fortuna più grande, la sola mia qualità a rendermi davvero speciale, per anni non avrei mai voluto averla, quella sensibilità così ingombrante.
Ricordo che a dieci anni tutto quello che sentivo poteva farmi così tanto male da farmi desiderare la morte come unica via d’uscita. Anelavo la fine di tutto, con minuzia di particolari progettavo già a quell’età nei miei pensieri come me ne sarei andato, la lettera d’addio che avrei scritto ai miei genitori, il giorno del mio funerale. L’unica cosa che mi sarebbe dispiaciuta era il non poter essere lì, a vedere le persone piangere dietro il carro funebre che mi accompagnava per la mia ultima dipartita, tutti lì a piangere e a disperarsi per non avermi capito.
Il fatto è che a dieci anni ero io a non capire che quella mia ultrasenisibilità era una caratteristica troppo sofisticata per essere compresa dalle persone che erano intorno a me, che facevano parte della mia vita e che mi volevano bene. Compresi i miei genitori. Mi era capitata addosso chissà da dove, chissà infilata in quale cromosoma questa capacità di sentire eccessiva, di sentire tutto troppo sulla mia pelle, di lasciarmi stravolgere a volte da ciò che mi capitava intorno.

Non avevo nemmeno scoperto a quell’età la dolce lusinga che non salva ma lenisce la sofferenza della lettura. Non sapevo cosa significasse leggere un libro, un romanzo, o magari un saggio di facile lettura sulla sensibilità, sulla psicoterapia, sull’amore di se stessi. Leggevo solo i libri di testo delle medie e più avanti delle superiori, ma senza nemmeno troppo interesse. Quello che mi serviva per andare avanti con profitto a scuola cercavo di assimilarlo di mattina durante le ore di lezioni. Quello che invece io cercavo era una soluzione a tutto quel mio sentire. Quello che io  volevo era smettere di soffrire per ogni cosa, essere finalmente leggero, felice, sereno. Non sapevo qual era però la strada, né a chi chiedere aiuto. Provavo il più delle volte a spiegare a mia mamma quel mio stato d’animo che io definivo “tristezza”, ma mia mamma diceva che non avevo ragione di essere triste e di pensare ai bambini poveri dell’Africa.

Da "Un bene prezioso" il mio nuovo romanzo

lunedì 11 gennaio 2016

Ci sono pianeti che si incontrano e si scontrano.

Ci sono pianeti che si incontrano e si scontrano.


Ci sono pianeti che si incontrano e si scontrano. In una collisione di un attimo esplodono, non esistono più. Dalla materia si genera nuova energia che si perderà per l’universo, nell’eterna ricerca di quei due pianeti che erano. E poi ci sono pianeti che un po’ distanti giocano ad attrarsi e talvolta a respingersi, dando vita a una danza cosmica laddove il loro campo gravitazionale gioca a tenere in equilibrio altri pianeti e galassie. E dentro quel campo gravitazionale ci sono mondi che potrebbero nascere, aspettative, desideri che potrebbero verificarsi.. E loro due se ne stanno lì, a sfiorarsi, a corteggiarsi, quei due pianeti. Fino al giorno in cui vicino a loro due esploderà una supernova, dando fine alla sua vita e originando un bagliore così luminescente da far sì che i due pianeti, un po’ distanti, possano guardarsi in faccia e riconoscersi, e finalmente trovare la strada che li congiungerà, benedicendo per sempre quella supernova che amplificando il rischio rende possibile nuove vite per l’eternità.

Ma si sa, l’amore ci rende vulnerabili.
Questo è il prezzo che paghiamo quando amiamo davvero.
Siamo vulnerabili. E ci sentiamo onnipotenti allo stesso tempo.
Finalmente vivi. Finalmente.

Ricomporsi. L’altra metà della mela in realtà è l’altra metà di noi stessi. Soltanto scindendoci in due, rinunciando all’unità, spaccando l’Io e facendo affacciare il Sé alla ricerca del Sé dell’altra persona, della sua anima, soltanto così la nostra anima e la nostra mente, il nostro cuore e il nostro inconscio, ciò che siamo e ciò che potremmo essere, si possono incontrare. Le due metà della mela in realtà sono le due metà di noi stessi che spesso sperimentiamo, ma sempre in modalità e tempistiche distinte, separare. Solo nell’atto dell’innamoramento e nell’esercizio dell’amore le due parti finalmente si incontrano, si parlano, si ritrovano, si uniscono. Fanno l’amore tra di loro. Ricomporsi, finalmente. E incontrare l'altra persona. L'altra mela, vederla ricomporsi piano piano, amarla nell'atto di vederla ritornare all'unità. L'amore tanto desiderato, fortemente voluto, finalmente realizzato.



"Per quanto ci sia comprensione reciproca con una persona, per quanto la si ami, non si può leggere nel cuore di qualcun altro come in un libro aperto. Se ci proviamo andiamo incontro solo a sofferenza.
Ma se cerchiamo di guardare nel nostro cuore, se ci sforziamo davvero di farlo, alla fine ci riusciremo, questo sì. Quindi, in conclusione, quello che dobbiamo fare è venire a patti col nostro cuore. Se desideriamo davvero capire qualcuno, possiamo soltanto guardare dentro noi stessi." 

(Haruki Murakami)